Autore: BwBA_0kJ

Cicada 3301: quando il web diventa un enigma

Il web è spesso raccontato come un luogo caotico, rumoroso, pieno di voci che si accavallano, di contenuti usa e getta, e di promesse che durano il tempo di uno scroll. Eppure, ogni tanto, la rete riesce a fare qualcosa di molto diverso, riuscendo a diventare silenziosa, selettiva, quasi aristocratica. E questo è successo grazie a uno dei misteri più affascinanti della storia digitale, quello che ancora oggi viene ricordato con il nome di Cicada 3301. Parliamo di un enigma apparso per la prima volta nel 2012, senza preavviso e senza spiegazioni, sotto forma di un’immagine pubblicata su alcuni forum frequentati da programmatori, hacker e curiosi del mondo tech. Un’immagine semplice, quasi anonima, accompagnata da poche parole che invitavano a cercare qualcosa di nascosto, nessuna firma evidente, nessuna promessa di ricompensa, nessuna call to action urlata. Solo un messaggio implicito rivolto a chi fosse in grado di capire.

Da lì è iniziato tutto.

Quello che rende Cicada 3301 così interessante non è soltanto la complessità degli enigmi, che spaziavano dalla crittografia classica alla steganografia, dai numeri primi alla letteratura, fino all’uso di coordinate geografiche reali sparse per il mondo. Il punto è che il web non veniva usato come un semplice contenitore, ma come un vero e proprio strumento narrativo. Ogni passaggio richiedeva competenze diverse, attenzione, pazienza, capacità di collegare informazioni lontane tra loro. Non era un gioco per tutti, e non voleva esserlo. Nel corso degli anni, tra il 2012 e il 2014, il puzzle si è evoluto, si è interrotto, è ripartito, ha lasciato dietro di sé tracce e silenzi. Alcuni sostengono che l’obiettivo fosse reclutare menti brillanti per progetti legati alla sicurezza informatica, altri parlano di un collettivo artistico, altri ancora di un esperimento sociale. La verità è che nessuna spiegazione ufficiale è mai arrivata. E forse è proprio questo il cuore del mito.

Cicada 3301 ha dimostrato una cosa fondamentale: il web, se usato con intelligenza, può diventare uno spazio di selezione naturale, non necessariamente nel senso elitario del termine, ma nel senso qualitativo. Infatti, il giusto contenuto, non attira chiunque, ma chi è disposto a fermarsi, a leggere, a ragionare. È l’esatto opposto del click facile, del titolo acchiappa-like, del contenuto urlato per emergere nel rumore, del trolling. Ed è qui che il mistero smette di essere solo un racconto affascinante e diventa una lezione attualissima.

Tecnica e inventiva 

Uno degli aspetti che rende l’enigma di Cicada 3301 così particolare non è soltanto il mistero che lo circonda, ma il livello di cura tecnica con cui è stato costruito. Fin dall’inizio, chi si è avvicinato al puzzle ha capito che non si trattava di semplici giochi logici, ma di un percorso pensato per testare competenze reali legate al funzionamento stesso del web e dei linguaggi digitali. Il primo indizio, un’immagine apparentemente anonima, conteneva informazioni nascoste al suo interno. Non messaggi visibili, ma dati celati usando la steganografia, una tecnica che permette di inserire testi o codici all’interno di file comuni come immagini o audio, senza alterarne l’aspetto esterno. Solo chi sapeva che cosa cercare e con quali strumenti poteva scoprire che dietro quell’immagine c’era molto di più.

Una volta estratti questi messaggi nascosti, i partecipanti si trovavano davanti a testi cifrati che richiedevano l’uso di metodi crittografici classici. Ogni passaggio era pensato per costringere chi partecipava a fermarsi, studiare, capire quale linguaggio fosse stato utilizzato e perché. Non bastava conoscere una tecnica, bisognava comprenderne il contesto. In alcune fasi, l’enigma usciva persino dallo spazio digitale. Venivano fornite coordinate geografiche che portavano a luoghi reali in diverse città del mondo, dove comparivano manifesti con ulteriori indizi. Il web diventava così un ponte tra digitale e fisico, dimostrando quanto le due dimensioni siano ormai intrecciate.

Un elemento chiave era anche la sicurezza delle comunicazioni. Ogni messaggio autentico di Cicada 3301 era firmato digitalmente tramite chiavi crittografiche, un sistema usato ancora oggi per garantire l’autenticità delle informazioni online. In un ambiente dove chiunque può fingersi qualcun altro, questo dettaglio rafforzava la fiducia e distingueva il messaggio originale dalle imitazioni. In definitiva, più che un gioco, Cicada 3301 è stato un esercizio avanzato di cultura digitale, un esempio concreto di come il web possa essere usato in modo consapevole, profondo e strutturato, parlando solo a chi è davvero disposto ad ascoltare e comprendere.

Cosa ci insegna Cicada 3301

Oggi viviamo in un’epoca in cui il web è saturo. Ogni giorno nascono siti, profili social, contenuti, video, offerte. In mezzo a tutto questo, distinguersi non significa fare di più, ma fare meglio. Significa conoscere il mezzo, capirne i tempi, i linguaggi, i limiti, significa evitare il “fuffafuro”, le scorciatoie, le promesse miracolose che spesso portano solo a truffe, penalizzazioni o a una totale perdita di credibilità.

Cicada 3301 non ha mai chiesto attenzione, l’ha meritata. Ed è una differenza enorme. Scrivere per il web in modo intelligente oggi significa proprio questo, non rincorrere l’algoritmo come se fosse un dio capriccioso, ma costruire contenuti che abbiano una struttura solida, un messaggio chiaro e un’identità riconoscibile, significa sapere quando semplificare e quando, invece, lasciare spazio alla complessità, fidandosi dell’intelligenza di chi legge. 

Un pubblico intelligente lo percepisce subito, anche se non è tecnico, anche se non conosce tutti i dettagli. Allo stesso modo, usare il web in maniera consapevole vuol dire saper distinguere ciò che ha valore da ciò che è solo rumore. Vuol dire riconoscere una truffa prima ancora che diventi un problema, capire quando un contenuto è costruito per informare e quando solo per manipolare. Non è una questione di difesa, ma di cultura digitale. È esattamente in questo spazio che entra in gioco il lavoro di un’agenzia come yes-web. Non come semplice esecutore tecnico, ma come interprete del mezzo, perché realizzare un sito, gestire una presenza social o costruire una strategia di contenuti non è un atto meccanico, ma è sempre una scelta narrativa, culturale, strategica.

Il web può essere un labirinto inutile oppure una mappa ben disegnata, dipende da come lo si costruisce, dipende da chi guida il progetto. Un sito fatto bene non deve solo “esserci”, deve parlare il linguaggio giusto, al pubblico giusto, nel momento giusto, e allo stesso modo i contenuti non devono riempire spazi, ma creare connessioni. La visibilità non nasce dal caso, ma da una visione chiara e coerente nel tempo. Cicada 3301 ha usato il web come pochi hanno saputo fare, trasformandolo in un’esperienza, in una selezione naturale, in un racconto che ancora oggi incuriosisce e affascina. Ovviamente non tutti devono creare enigmi crittografici per comunicare online, ma tutti possono imparare da quell’approccio e avere rispetto per l’intelligenza di chi legge, la profondità di pensiero, la coerenza tra forma e contenuto.

In un mondo digitale che corre veloce, fermarsi a progettare bene è un atto quasi rivoluzionario. Ed è spesso la scelta che fa la differenza tra chi resta invisibile e chi, senza urlare, riesce a farsi ascoltare.

Dal caos delle regole alla strategia vincente: cos’è cambiato online nel 2025

Il 2025 è stato un anno di passaggio per il mondo digitale, non uno di quelli segnati da un’unica innovazione clamorosa o da una nuova piattaforma in grado di stravolgere tutto, ma un anno più silenzioso e profondo, in cui qualcosa è cambiato nel modo in cui comunichiamo online. Un cambiamento meno visibile, ma comunque  decisivo, che porta al passaggio dal disordine alla strategia.

Per molto tempo il web ha vissuto in una dimensione quasi anarchica, le regole esistevano, ma erano frammentarie, poco chiare, spesso ignorate, mentre la comunicazione correva veloce, spinta dall’urgenza di pubblicare, di essere presenti, di cavalcare il trend del momento. 

In questo contesto, l’improvvisazione veniva spesso premiata più della progettazione, la visibilità più della competenza, il rumore più del valore. Col tempo, però, questo modello ha iniziato a mostrare le sue crepe. Il pubblico ha cominciato a fidarsi meno, i brand a esporsi di più a rischi reputazionali, le piattaforme a diventare spazi sempre più affollati e difficili da distinguere. Il digitale, da opportunità libera e creativa, si è trasformato in un ecosistema complesso che aveva bisogno di ordine. Ed è proprio qui che il 2025 segna una svolta.

Quando il digitale smette di essere un Far West

Nel corso dell’anno, in Italia e in Europa, si è rafforzata l’idea che chi comunica online con grande visibilità non possa più farlo senza responsabilità. Intendiamoci, non si tratta di censura, né di limitare la creatività, ma di riconoscere un dato di fatto, cioè che oggi i creator, gli influencer, o i brand digitali hanno un impatto reale sulle scelte delle persone, sull’economia e sulla cultura.

In questo contesto, come abbiamo visto, si inserisce anche l’intervento di AGCOM, che ha introdotto strumenti e linee guida per regolamentare gli influencer con maggiore rilevanza. Un segnale chiaro: il mondo dei contenuti digitali non è più una zona grigia, ma un vero spazio di comunicazione pubblica.

Questo passaggio ha fatto discutere. C’è chi lo ha vissuto come una limitazione e chi, invece, come un passo necessario verso la maturità del settore. Ma al di là delle posizioni, una cosa è evidente: il digitale non è più solo spontaneità, è anche responsabilità.

Dal caos alla strategia: cosa significa davvero

Quando le regole diventano più chiare, succede qualcosa di interessante: l’attenzione si sposta dalla quantità alla qualità, dalla velocità alla direzione. In altre parole, torna centrale la strategia. Nel caos vince chi pubblica di più, chi urla più forte, chi riesce a intercettare l’attenzione anche solo per pochi secondi. In un contesto più maturo, invece, vince chi sa costruire un messaggio coerente, riconoscibile, credibile nel tempo. Il 2025 ci ha insegnato che non basta più “esserci” online, ma che serve sapere perché si comunica, a chi ci si rivolge e con quale obiettivo. Questo vale sicuramente per i creator, ma ancora di più per le aziende. Il marketing digitale non è più una sequenza di post o campagne isolate, ma un sistema che deve reggere nel lungo periodo. E per reggere, ha bisogno di metodo.

Le regole come leva, non come freno

Uno degli errori più frequenti è considerare la regolamentazione come un ostacolo. In realtà, per chi lavora in modo serio, le regole possono diventare una leva strategica. Infatti la trasparenza rafforza la fiducia, la chiarezza distingue i professionisti dagli improvvisati, e la responsabilità valorizza chi costruisce relazioni autentiche con il proprio pubblico. In questo senso, il 2025 ha iniziato a premiare chi non comunica solo per vendere, ma per creare un legame duraturo. Non è un caso se sempre più brand cercano collaborazioni basate sulla coerenza e non solo sui numeri, e se le agenzie più strutturate lavorano su progetti di medio-lungo periodo anziché su singole attivazioni. In questo scenario, realtà come Yes-Web giocano un ruolo chiave: aiutare aziende e professionisti a trasformare la complessità normativa e comunicativa in una strategia solida.

Il nuovo ruolo di creator e influencer

Anche per i creator il 2025 è stato un anno di consapevolezza. Chi crea contenuti oggi non è più soltanto una voce sui social, ma una vera e propria entità editoriale, e questo significa assumersi delle responsabilità, scegliere con attenzione i temi, curare il linguaggio e il contesto in cui si comunica. Il creator del futuro non è solo chi intrattiene, ma chi sa raccontare, spiegare, contestualizzare. In quest’ottica la competenza, anche quando non è accademica, diventa un valore distintivo. La fiducia si costruisce nel tempo, non con un singolo contenuto virale, e tutto questo non impoverisce la creatività, ma al contrario, la rende più consapevole e più forte.

Un pubblico più maturo e meno ingenuo

Un altro grande cambiamento del 2025 riguarda chi sta dall’altra parte dello schermo. Gli utenti, anche se a volte non sembra, sono diventati più attenti, più informati, meno disposti ad accettare messaggi ambigui. Vogliono sapere chi parla, perché lo fa e con quali interessi. Questo ha reso il marketing, quello serio, più complesso, ma anche più onesto. E un marketing più onesto, nel tempo, è anche più efficace, perché non punta sull’inganno o sull’urgenza, ma sulla relazione.

Guardando al futuro, il 2025 appare come l’anno in cui il digitale ha rallentato per interrogarsi su sé stesso. Il 2026 potrebbe essere l’anno in cui questa riflessione si traduce in azione concreta, con contenuti meno rumorosi, ma più rilevanti, meno improvvisazione e più visione, meno corsa al like e più costruzione di valore.

Non è la fine della creatività digitale, ma al contrario l’inizio di una fase più adulta.

Il vero insegnamento del 2025 è semplice, ma potente: il digitale funziona meglio quando è guidato da una strategia, non dal caos, e le regole non sono il nemico dell’innovazione, ma il terreno su cui può crescere in modo sano.

Chi saprà leggere questo cambiamento come un’evoluzione, e non come una limitazione, avrà un vantaggio reale nei prossimi anni. Perché oggi comunicare online non significa solo esserci, ma sapere cosa dire, come dirlo e perché farlo.

Nuove regole per gli influencer: cosa cambia con AGCOM

Negli ultimi mesi del 2025, l’Italia ha fatto un passo importante nella regolamentazione del mondo degli influencer. Con la delibera 197/25/CONS, l’AGCOM ha ufficialmente varato nuove Linee guida e un Codice di Condotta per gli influencer, riconoscendoli in certi casi come veri e propri “operatori della comunicazione”, cioè analoghi a chi fornisce contenuti audiovisivi tradizionali (TV, radio, media). 

Secondo la normativa, che ci ricorda quella cinese, anche se non possono essere paragonate, non tutti i content creator sono soggetti al nuovo regime. I soggetti che devono iscriversi all’albo pubblico gestito da AGCOM, e dunque rispettare tutte le disposizioni previste, sono quelli definiti “influencer rilevanti”, e i criteri sono: almeno 500.000 follower su una piattaforma (calcolati al trentesimo giorno prima dell’invio della domanda) oppure una media di 1 milione di visualizzazioni mensili (nei sei mesi precedenti) su almeno una piattaforma. 

Chi supera almeno una delle due soglie viene equiparato, per molti aspetti, a un fornitore di servizi media audiovisivi. È comunque prevista la possibilità di iscrizione su base volontaria per chi non raggiunge quelle soglie, ma desidera comunque adeguarsi al codice. 

Cosa cambia in concreto

Per gli influencer “rilevanti” entrano in vigore diversi obblighi:

  • Maggiore trasparenza nelle comunicazioni commerciali: sponsorizzazioni, partnership, adv devono essere dichiarate chiaramente (hashtag come #pubblicità, #adv, #sponsorizzato, indicazione “contenuto sponsorizzato”, ecc.). 
  • Regole sulla protezione dei minori, sulla tutela dei diritti fondamentali, contro contenuti discriminatori, d’odio o inappropriati. 
  • Rispetto delle norme relative alla pubblicità/promotion: niente “teleshopping” spacciato per parere spontaneo, niente pubblicità occulta.
  • Identificabilità: l’influencer dovrà essere “chiaramente individuabile” come tale, con un’etichetta che attesti l’iscrizione all’elenco pubblico gestito da AGCOM. 

Se non si rispetta il codice sono previste sanzioni severe. Le multe, infatti, vanno da 10.000 a 250.000 euro per pubblicità non dichiarata, e fino a 600.000 euro per violazioni gravi, in particolare quelle legate a minori. 

In pratica chi ha grandi numeri e influenza deve dichiararsi, seguire regole di condotta, garantire trasparenza e responsabilità molto simili a quanto avviene per media tradizionali.

Perché AGCOM ha fatto questa scelta

Il mondo degli influencer è cresciuto, negli anni, da fenomeno “alternativo” a un pilastro della comunicazione digitale e del marketing. Molti influencer non sono più semplici creatori di contenuti per hobby, ma imprenditori digitali, vere e proprie media company personali che selezionano temi, producono contenuti, raggiungono milioni di persone, influenzano scelte di consumo, opinioni, comportamenti. 

Con questo peso, economico e sociale, diventa ragionevole che ci siano regole chiare, per garantire trasparenza, correttezza, tutela dei consumatori, protezione dei soggetti più vulnerabili (minori) e responsabilità di chi comunica. Questo è l’obiettivo dichiarato del nuovo regolamento. Inoltre la normativa cerca di mettere ordine in un mercato che fino a oggi era molto fluido, con troppe zone grigie (contenuto pubblicitario mascherato da opinione, promozioni non trasparenti, influencer non registrati, poca tutela per chi consuma).

Possibili effetti, opportunità e criticità: cosa cambia davvero

Con questa rivoluzione normativa, il panorama per influencer, brand, agenzie e pubblico può cambiare in vari modi. Vediamo insieme una serie di ipotesi e riflessioni su cosa potrebbe succedere nei prossimi mesi.

Aspetti positivi

Maggiore trasparenza e fiducia: il pubblico saprà quando un contenuto è sponsorizzato, quando una collaborazione è commerciale: questo riduce la “nebulosità” pubblicitaria, evita inganni e ingannevoli illusioni di spontaneità. Per gli influencer “seri”, rispettosi delle norme, aumenterà la credibilità. Diventare un “influencer registrato AGCOM” potrà essere un vantaggio competitivo, un segnale di professionalità e correttezza verso brand e follower.

Maggiore professionalizzazione del settore: il riconoscimento normativo conferisce dignità di “professione” all’influencer: non più solo hobby o passatempo, ma attività economica regolata, con obblighi e responsabilità. Aziende e agenzie avranno un contesto più chiaro in cui operare, sapranno con chi collaborano, che regole devono rispettare, potranno scegliere partner trasparenti e affidabili.

Protezione del pubblico e dei soggetti vulnerabili: con regole su pubblicità, tutela dei minori, diritti fondamentali, si può ridurre il rischio di manipolazioni, contenuti ingannevoli, promozioni non trasparenti. 

Maggiore accountability: se qualcuno viola le regole, rischia sanzioni, il che scoraggia pratiche scorrette.

Le criticità e i rischi

Complessità e burocrazia, ostacolo per i creator: per molti creator, specialmente quelli “in crescita”, dover aderire a un albo, seguire un codice di condotta, dichiarare ogni sponsorizzazione può essere oneroso e scoraggiante, e rischia di appesantire la creatività spontanea. La soglia di 500.000 follower / 1 milione di visualizzazioni penalizza quelli che, pur lavorando seriamente, non hanno numeri “top” e potrebbero sentirsi esclusi o invisibili.

Regole rigide, più controllo e rischio “appiattimento” dei contenuti: il rischio è che molti influencer, per paura di sanzioni, evitino certi temi, sperimentazioni o si autoregolino con prudenza eccessiva. Questo potrebbe impoverire la varietà dei contenuti e l’eccessiva regolamentazione potrebbe trasformare “creator indipendenti” in “mini-media”, più simili a editori professionali, con tutti i costi e le complicazioni che ne derivano.

Chi ha follower o visualizzazioni sotto soglia resta fuori dal sistema obbligatorio, ma potrebbe comunque operare con meno trasparenza, configurando il rischio di un “mercato a due velocità”, con influencer regolamentati e influencer “fuori controllo”. Se la normativa resta legata a soglie quantitative e non a controlli qualitativi, il rischio è che non cambi molto: chi vuole eludere (o è consapevole del marketing) potrà rimanere sotto soglia e sfuggire al controllo.

Le regole sono nuove, spesso complesse, e sarà necessario del tempo per capire come si applicano praticamente. Alcune parti (come tutela minori, diritti fondamentali, “discriminazioni”) sono inoltre soggette a interpretazione. 

Cosa significa tutto questo per te (lettore, brand, creatore)

Se stai lavorando nel mondo del digital marketing, come influencer, agenzia, brand o semplicemente come follower curioso, queste novità meritano attenzione. 

Per gli influencer, infatti, è il momento di fare i conti sia con le opportunità (maggiore credibilità, professionalizzazione) sia con gli obblighi. Se hai numeri importanti, valuta di iscriverti, di strutturarti in modo corretto, di essere trasparente. Potresti essere valorizzato come “influencer professionale”.

Per i brand e le agenzie avere un elenco pubblico e regole chiare è un grande vantaggio: potrai collaborare con creator “certificati” e più affidabili, riducendo il rischio reputazionale, mentre per il pubblico/follower ci sarà maggiore trasparenza, e ciò significa sapere quando un contenuto è sponsorizzato, quando è pubblicità o meno .

Per chi produce contenuti “divulgativi” o “tecnici” l’equivalenza tra influencer e media tradizionali può significare maggiore responsabilità: i temi delicati (salute, finanza, temi sociali) dovranno essere affrontati con rigore, chiarezza, rispetto delle regole. L’introduzione del registro degli influencer in Italia e del nuovo Codice di Condotta da parte di AGCOM rappresenta una svolta nel modo in cui viene considerato il mondo dei creatori digitali. Finalmente si riconosce con chiarezza che alcuni influencer non sono più amatoriali o occasionali, ma operatori della comunicazione con un peso reale, e come tali meritano regole, trasparenza e responsabilità. Questo può portare a una maturazione del settore, più professionalità, maggiore fiducia da parte di brand e utenti e una comunicazione più trasparente e salutare. Ma è anche vero che, come ogni cambiamento, porta con sé sfide e rischi: burocrazia, rigidità, possibili disparità tra creator grandi e piccoli, e una possibile perdita di spontaneità e creatività nel contenuto.

Per chi, come te, o come noi di yes-web,  lavora nel digital marketing, nella comunicazione, tra brand e creator, è un momento da osservare con attenzione, perché potrebbe segnare un cambio epocale nel settore.

Influencer, competenza e controllo: la Cina ridefinisce le regole

È notizia degli ultimi giorni che la Cina ha introdotto una normativa che potrebbe ridisegnare la professione degli influencer: chiunque intenda parlare di argomenti “seri”, come  medicina, finanza, diritto, educazione, politica, ecc, dovrà dimostrare di avere la preparazione adatta. In sostanza non basta avere tanti follower o essere bravi a intrattenere, ma se parli di temi che toccano la conoscenza specialistica, il contenuto deve venire da chi ha un titolo riconosciuto a farlo, almeno nel paese del dragone.

Cosa stabilisce la nuova regolamentazione

La norma, operativa da ottobre 2025, prevede che gli influencer che trattano di ambiti sensibili debbano provare formazione o qualifica nel settore in questione. 

Inoltre, sarà vietata la promozione ostentata del lusso (luxury flaunting), le piattaforme devono etichettare contenuti generati da AI, mentre la figura degli influencer sarà regolamentata sotto la legge pubblicitaria cinese. 

Questo rappresenta, per molti analisti, un cambio di paradigma: non ci saranno più solo influencer che intrattengono e promuovono, ma influencer competenti e preparati quando si trattano temi seri. 

Perché la Cina lo fa

Al centro, almeno secondo il governo cinese, ci sono due motivi principali:

  1. Combattere la disinformazione: nei settori medico, finanziario, educativo la diffusione di contenuti imprecisi è vista come rischio. 
  2. Controllo culturale e reputazionale: lo Stato vuole dare un segnale chiaro che il mondo digital-influencer non è uno “spazio libero” senza regole, specialmente quando ha grande impatto sociale. 

E in Italia/Europa? Potrebbe succedere anche da noi?

È interessante chiedersi se questa regolamentazione può essere solo un caso isolato alla Cina, o può dare anche ai governi occidentali spunti per riflettere su una regolamentazione più stringente di questa professione.

Attualmente, in Europa non esiste ancora una normativa che richiede agli influencer di avere un titolo accademico per parlare di finanza, medicina o diritto, ma esistono delle linee guida e codici di condotta. A questo scopo la European Commission ha pubblicato principi guida per il marketing degli influencer e la trasparenza degli annunci. In Italia, alcuni casi hanno mostrato i rischi della promozione non trasparente (vedi influencer che promuovono prodotti sanitari senza adeguata chiarezza). 

Quali scenari potrebbero verificarsi

Vediamo insieme ora cosa potrebbe succedere se fossero introdotte delle regolamentazioni nel nostro continente:

Ipotesi 1: regolamentazione soft

L’Europa potrebbe introdurre norme più rigide sulla trasparenza, sull’etichettatura delle sponsorizzazioni e sui requisiti minimi per chi tratta tematiche forti (finanza, salute), senza però richiedere una titolo di studio specifico o di alto livello, facendo in questo modo un “passo intermedio”.

Ipotesi 2: standard di competenza

Potrebbe emergere l’idea che, se un influencer parla di finanza o medicina, debba essere “certificato” o affiliato a professionisti qualificati (es: collabora con un medico, un commercialista). Non necessariamente un titolo di studio specifico, ma competenza dimostrabile.

Ipotesi 3: aspirazione alla Cina

In uno scenario più radicale, potrebbe venir richiesto che chi ha molti follower e tratta temi sensibili abbia un titolo o una qualifica verificata, perciò simile al modello cinese. Probabile poco realistico in Italia nel breve, ma non da escludere come “modello di riferimento”, anche se in questo caso si dovrebbe capire come conciliare questo approccio con la libertà di parola e opinione.

Vantaggi e criticità di un approccio di competenza

I vantaggi, nemmeno a dirlo, sicuramente riguarderebbero una maggiore affidabilità del contenuto, in modo che il pubblico possa fidarsi di chi parla e divulga, e questo dovrebbe portare a una riduzione della disinformazione, soprattutto in settori delicati e/o polarizzati. Inoltre, e non è poca cosa, avremmo una migliore reputazione del “lavoro influencer” come professione.

Ma anche l’altra faccia della medaglia, quella delle eventuali criticità non è da sottovalutare. Infatti il solo rischio di “barriere all’ingresso” potrebbero limitare la creatività e la spontaneità di chi crea un contenuto, oltre al dover individuare un metodo univoco per capire come stabilire chi è “preparato”. E non basterebbero sicuramente le sole certificazioni, titoli o collaborazioni.

Inoltre, e anche questa evenienza non è di poco conto, potremmo avere una  possibile sovrapposizione tra “influencer” e “esperto professionale”, cambiando la prospettiva delle persone verso la diffusione dei contenuti.

Inoltre non dobbiamo scordarci che In Italia e in Europa, l’equilibrio tra libertà di espressione, creatività digitale e protezione del pubblico è più delicato, perché il contesto istituzionale è diverso.

Perché conviene al settore “ influencer & marketing” tenere d’occhio questa trasformazione?

Se analizziamo dal mero punto di vista delle opportunità, l’essere preparati in un determinato settore potrebbe portare le agenzie e i brand a prepararsi per un futuro più regolamentato, in modo da non essere impreparati per un eventuale normativa più stringente, e ottenere un vantaggio competitivo.

Dal punto di vista degli influencer e creator, capire che “essere competenti” può diventare un criterio di differenziazione, non basato soltanto su “tanti follower”, ma “autorevolezza nel tema”, sicuramente creerà un engagement più consapevole meno polarizzante. 

Per il pubblico/consumatore: si alzerebbe l’asticella della credibilità dei contenuti. Infatti il pubblico chiede sempre più “chi mi parla?” e “con quale competenza?” con un eventuale normativa questa domanda avrebbe una risposta. 

Per i regolatori europei, o nazionali, questo è un laboratorio interessante per studiare come garantire equilibrio tra libertà digitale e protezione dei cittadini. La Cina mostra un modello rigido, ma in futuro l’Europa potrebbe scegliere una via più conciliante o ibrida.

La recente regolamentazione degli influencer in Cina introduce qualcosa di nuovo, cioè la competenza certificata come prerequisito per chi comunica su temi importanti. Per l’Italia e l’Europa, non è detto che verrà preso lo stesso percorso, ma il segnale è comunque forte. Con il mondo digitale che evolve, l’“influencer” non è più solo “creatore di contenuti”, ma può diventare anche “disseminatore di conoscenza”, con responsabilità ulteriori.

In questo contesto, i professionisti del marketing, i creator e i brand dovrebbero iniziare a porsi domande: come posso dimostrare competenza? Come posso collaborare in modo trasparente e credibile? E come si evolverà la regolamentazione?

Nel panorama italiano, le opportunità sono ancora ampie: maggiore autorevolezza può diventare un vantaggio competitivo, anche se si dovrebbe investire sulla fiducia e sulla responsabilità degli haters o di chi pubblica contenuti falsi. In definitiva la Cina ci offre un “modello estremo”, un laboratorio, grazie al quale possiamo guardare in casa nostra e chiederci se siamo pronti al salto successivo, e se sì, in che modo. A questa domanda, e per ogni tua necessità, possiamo rispondere noi di yes -web, che da anni affianchiamo le aziende e i professionisti per aiutarli a fare la scelta giusta e coerente.

Bolla .com: cosa fu, come avvenne, perché esplose

Alla fine degli anni ’90, Internet stava esplodendo e presto comparve la narrativa che qualsiasi attività sul web potrà crescere all’infinito. Da subito investitori, startup e anche pubblico comune iniziano a puntare tutto su aziende “.com”. Il semplice fatto di avere “Internet” o “web” nel nome bastava spesso a raccogliere finanziamenti, anche ingenti, e questa allucinazione formò un paradigma mentale: crescita a tutti i costi, anche senza utili, anche senza modelli sostenibili, bastava essere nel web. Il mercato iniziò a tollerare business che bruciavano capitali perché l’aspettativa era che, prima o poi, il volume di affari futuri avrebbe compensato.

Le valutazioni delle aziende tecnologiche salirono rapidamente a livelli stratosferici, spesso senza che ci fossero utili reali o flussi di cassa convincenti.

Gli investimenti di venture capital piovevano, facendo nascere progetti simili, alcuni ridondanti, mentre le aspettative di crescita future (mercato di massa, pubblicità, e-commerce) alimentavano l’entusiasmo collettivo, mentre le banche e gli istituzionali favorivano l’IPO delle società “Internet”, che diventavano sempre più visibili al grande pubblico, complice la rapida diffusione di internet in case e istituzioni.

Verso il 2000 il mercato era saturo di ottimismo, ma presto le debolezze strutturali si fecero sentire; infatti, come si temeva, molte aziende non avevano modello di ricavi sostenibile, e quando i flussi di capitali cominciarono a rallentare (VC più cauti, costo del denaro che saliva), le aziende senza fondamenta cominciarono ad avere problemi. Alcune società fallirono, altre si deprezzarono drasticamente, e più in generale il mercato tech subì una battuta d’arresto, con l’indice Nasdaq, che aveva scontato gran parte dell’entusiasmo, che perse gran parte del suo valore.

In sintesi l’espansione era molto più veloce del consolidamento, e l’ottimismo senza garanzie reali fu infine punito.

Le analogie tra la bolla .com e l’attuale “bolla AI”

Oggi alcuni analisti guardano all’onda di investimenti sull’intelligenza artificiale con diffidenza, ricordandosi di ciò che successe meno di trent’anni fa ed evidenziandone le  naturali somiglianze. Ma è proprio così?

La narrazione potente e magnetica, proprio come alla fine degli anni ’90, è molto simile. Allora si parlava di come internet cambierà tutto, e anche oggi si dice che l’AI trasformerà ogni industria. Le narrazioni, lo abbiamo imparato, alimentano la fiducia, e fanno sì che progetti ancora immaturi ottengano attenzione e capitale. Oggi come allora la scalata degli investimenti e valutazioni generose, portano le startup AI a ricevere miliardi, spesso con metriche finanziarie che non sono ancora solide. Il settore è considerato sicuro, molte aziende puntano sul futuro piuttosto che sui profitti reali, e anche se alcuni analisti sostengono che l’attuale bolla AI sia potenzialmente molto più grande di quella .com, si continua a investire. 

Ma attenzione, non tutti i parallelismi sono perfetti. Ci sono differenze strutturali che rendono la possibile bolla AI un fenomeno simile ma con caratteristiche nuove, e soprattutto incoraggianti. La prima differenza è sicuramente la migliore base di capitale. In molti casi, i giganti tech stanno investendo parte del loro cash flow (non solo capitale esterno) per alimentare l’AI, il che rende l’onda meno dipendente dal capitale esterno ad alto rischio. Inoltre l’AI, ne siamo consapevoli, beneficia di miglioramenti costanti nei chip, nell’efficienza, nelle architetture, nella ricerca di una tecnologia sempre più potente e compatta, nella creazione di hardware e software sempre più integrati, il che dà valore intrinseco agli investimenti, anche se l’adozione è lenta. 

Non scordiamoci il valore dell’esperienza. Dopo il 2000 ci si accorse troppo tardi che tutto era sopravvalutato. Oggi, memori di quella bolla, c’è più consapevolezza, più strumenti finanziari sofisticati, più regolamentazioni, che possono intervenire in caso di problemi o di un mercato troppo instabile. Se andiamo più a fondo possiamo anche notare che alcune aziende AI non sono modelli sperimentali, ma hanno già linee di business consolidate e che già lavorano e creano business. È altresì vero che la concentrazione e la dipendenza dalle grandi aziende rende questo gigante completamente interconnesso con queste, perciò ogni rallentamento di queste (Microsoft, Nvidia, Google, Meta…), potrebbe portare a un effetto domino forte e incontrollabile.  

In tutto questo discorso dobbiamo considerare un altro elemento importante. Per quanto le tecnologie AI siano sempre più presenti in ogni ambito della nostra vita, nessuno, al momento, è ancora riuscito a sfruttare il loro reale potenziale. In teoria chiunque abbia una giusta intuizione potrebbe  rivoluzionare l’idea di utilizzo di questa tecnologia, e non necessariamente deve essere un’azienda preparata o già presente nel panorama tech. Lo sappiamo, il futuro del web, dei suoi servizi e il ventaglio delle possibilità che questo mondo offre, è sempre enorme, potenzialmente infinito e in rapida evoluzione. Noi di yes-web cerchiamo di analizzarlo, farne una sintesi e proporvi ogni giorno le novità e le possibilità per il vostro business o le vostre idee.