Autore: BwBA_0kJ

Referendum 2026: cosa ci insegna sulla comunicazione politica (e cosa può fare un’agenzia digitale)

Il referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026 sulla riforma della magistratura, la cosiddetta “Riforma Meloni-Nordio“, si è concluso con la vittoria del No con circa il 53% dei voti. L’affluenza ha sfiorato il 59%, un dato superiore alle attese per un referendum costituzionale e sicuramente un risultato che ha sorpreso molti analisti e sondaggisti. Ma per chi si occupa di comunicazione digitale, c’è una storia parallela, e altrettanto interessante, da leggere e analizzare: come è stata gestita la comunicazione delle due parti in campo. Noi non vogliamo fare analisi politiche, non ci compete, ma il nostro lavoro è soprattutto comunicare, in una maniera nuova si, ma sempre di comunicazione si tratta e, grazie a questo referendum, abbiamo avuto una miriade di tecniche comunicative, a volte giuste, a volte futuriste, a volte distruttive. 

Il linguaggio che divide (invece di convincere)

La campagna referendaria è stata caratterizzata da slogan contrapposti e spesso polarizzanti. Il PD ha scelto “VOTA NO per difendere la Costituzione”, il M5S “VOTA NO AL REFERENDUM SALVA-CASTA”, mentre Alleanza Verdi e Sinistra ha usato “Vota NO ai pieni poteri”.  Dal fronte del Sì, invece, si è puntato su argomenti tecnici, separazione delle carriere, riforma della magistratura, spesso difficili da tradurre in messaggi efficaci per il grande pubblico.

Cosa notiamo da un punto di vista comunicativo?

Il fronte del No ha usato un linguaggio emotivo e identitario (“difendi la Costituzione”), che funziona bene sui social, mentre il fronte del Sì ha usato un linguaggio giuridico-tecnico, difficile da far circolare. Sicuramente nessuno dei due ha davvero parlato alla platea dei cittadini indecisi con messaggi chiari, neutri e accessibili

Gli errori di comunicazione più comuni in campagna

Guardando la campagna referendaria con gli occhi di un’agenzia di comunicazione digitale, emergono alcuni errori ricorrenti, vediamoli insieme:

  1. Tono aggressivo invece che persuasivo: messaggi come “salva-casta” o “pieni poteri” si rivolgono a chi è già convinto, ma allontanano chi è indeciso. Nella comunicazione digitale, il tono aggressivo genera engagement, ma non conversioni.
  2. Troppo gergo tecnico: la riforma parlava di ordinamento giurisdizionale, Corte disciplinare, separazione delle carriere. Parole esatte, ma inaccessibili. Un buon piano editoriale avrebbe richiesto una traduzione in linguaggio semplice, molto prima del voto.
  3. Assenza di una tone of voice coerente: quando partiti più estremi si sono schierato per il Sì, il PD ha cavalcato la notizia per rafforzare la difesa della Costituzione antifascista, creando imbarazzo anche tra chi nel centrosinistra era favorevole alla riforma. Questo è un esempio classico di crisi di brand: quando il tuo messaggio viene associato a voci indesiderate, senza un piano di risposta chiaro, il danno è difficile da contenere.

Il podcast

Dobbiamo ammetterlo, per la prima volta da quando esistono, i podcast sono stati attori attivi nella strategia comunicativa di questa campagna, affiancandosi ai media tradizionali. Persino la PDC ha voluto partecipare a una puntata di un famoso podcast, suscitando diverse reazioni, critiche e plausi, ma implicitamente riconoscendo questi format come strumenti di informazione, se gestiti bene. Naturalmente noi come agenzia siamo più che consapevoli della potenza di questi mezzi, e in molti casi del loro valore divulgativo, e siamo sempre contenti quando i nuovi contenitori dell’informazione diventano protagonisti. 

Cosa avrebbe fatto un’agenzia come Yes-web?

Noi di Yes-web non facciamo politica, ma sappiamo fare comunicazione strategica. E quello che vale per un partito, vale anche per una PMI, un professionista o un’associazione di categoria.

Ecco cosa avremmo suggerito, e cosa suggeriamo ogni giorno ai nostri clienti:

  1. Definire un tone of voice chiaro prima di partire con qualsiasi campagna. Questo è indispensabile per creare le giuste connessioni, aumentare la curiosità nell’argomento e spiegarlo sempre nella stessa maniera e, se parliamo di un messaggio veicolato da più rappresentanti, in maniera coerente.
  2. Tradurre il messaggio complesso in contenuti semplici, visivi, condivisibili. Forse la parte più complessa, ma è importantissimo usare un livello comunicativo comprensibile da tutti, senza tecnicismi inutili, rimanendo sempre coerenti col tone of voice. Qualunque sia lo strumento di condivisione, il messaggio deve essere sempre chiaro e comprensibile.
  3. Pianificare la gestione della crisi, cioè il cosa fare se il messaggio viene frainteso o associato a contesti sbagliati. No, non è il famoso passo indietro, ma il saper riconoscere l’errore e correggerlo immediatamente e, cosa sottovalutata, bisogna sapersi scusare col pubblico.
  4. Usare i social in modo diverso per ogni piattaforma: un post su Facebook non è un post su Instagram, e un thread su X non è una storia. Perciò ogni messaggio deve essere pensato anche per il contenitore sul quale si vuole veicolare. I messaggi copia incolla non piacciono a nessuno e stufano subito, oltre a creare un sentimento negativo e di sfiducia.
  5. Monitorare il sentiment in tempo reale per aggiustare la rotta. Non ci si deve limitare a veicolare il messaggio, ma bisogna controllare costantemente le reazioni a esso. E no, chiudere o limitare la sezione dei commenti non è la soluzione.
  6. Occhio all’AI: l’intelligenza artificiale ormai è capace di generare immagini e testi praticamente perfetti. Però dobbiamo stare attenti. Il suo uso non è vietato ma, nel caso di immagini e video, dobbiamo mettere l’etichetta AI, e, nel caso dei testi, bisogna umanizzarli e ricontrollare sempre. Ma, e questo vale da sempre, un contenuto originale sicuramente attirerà maggiormente l’attenzione e risulterà meno impersonale e “freddo”. 

Il referendum del 2026 ci lascia una lezione preziosa: qualunque messaggio, condivisibile o meno, giusto o sbagliato, polarizzante o accomodante, se comunicato male, può non arrivare, e creare l’effetto opposto a quello che si cerca. Viceversa, un messaggio semplice, ripetuto con coerenza e il tono giusto, può muovere milioni di persone. Se anche tu senti che la tua comunicazione aziendale non sta funzionando come vorresti sui social, sul sito, nelle email, noi di Yes-web siamo qui per aiutarti a creare il modello comunicativo giusto per ogni evenienza. 

Dot-com vs AI: una nuova grande bolla o qualcosa di profondamente diverso?

Nei mercati finanziari la parola bolla evoca immediatamente un’immagine di frenesia speculativa, valutazioni irrazionali e, infine, un crollo improvviso seguito da perdite dolorose. Il caso più noto di bolla tecnologica resta quello della bolla delle dot-com che alla fine degli anni Novanta vide le azioni di società legate a Internet crescere in modo incontrollato, per poi crollare violentemente all’inizio del nuovo millennio, lo abbiamo già analizzato. Oggi, con l’enorme ondata di investimenti nell’intelligenza artificiale, molti analisti e osservatori si chiedono se la storia sia destinata a ripetersi. In questo articolo esploriamo le somiglianze e le differenze tra i due fenomeni, cercando di spiegare come le dinamiche finanziarie attorno all’AI ricordino per certi versi la frenesia della fine degli anni Novanta, anche se con caratteristiche nuove e complesse. 

La bolla delle dot-com: un capitolo di storia economica

Facciamo un rapido riassunto. La bolla delle dot-com è stata una delle più grandi bolle speculative della storia moderna. Tra la metà degli anni Novanta e il 2000 gli investitori riversarono capitali enormi in aziende legate all’Internet, spesso senza modello di business sostenibile, con l’obiettivo di “prendere quota” nel nuovo mercato digitale che si stava rapidamente espandendo. Il valore di molte società cresciuto in modo esponenziale dipendeva più dalla narrativa e dall’ottimismo rispetto al potenziale futuro di Internet che da dati fondamentali come profitti o ricavi reali.  Il picco della bolla fu raggiunto con l’indice Nasdaq che toccò vette inimmaginabili per l’epoca, per poi precipitare rapidamente causando la perdita di circa 78 % del suo valore tra il 2000 e il 2002. Molte aziende fallirono, gli investitori subirono perdite significative e il mercato tornò a privilegiare valutazioni basate su metriche più solide. 

Il boom dell’AI: un fenomeno diverso o la stessa storia in chiave moderna?

Parallelamente, a partire dal lancio di modelli generativi di intelligenza artificiale alla fine del 2022, l’interesse per l’AI è esploso. Aziende come OpenAI, Google, Microsoft, o NVIDIA con i processori, hanno attirato ingenti capitali sia nei mercati pubblici sia nei mercati privati. Il valore di alcuni titoli legati all’AI è cresciuto in maniera vertiginosa, molto sopra il loro reale fatturato, portando a confronti con la bolla delle dot-com. Secondo diverse fonti recenti la speculazione attorno alle tecnologie AI potrebbe generare segnali analoghi a quelli di fine anni Novanta, come valutazioni elevate e un forte afflusso di capitali guidato più dall’entusiasmo che dai fondamentali economici. Come alla fine degli anni ‘90, i capitali sembrano correre più dietro alle narrative che dietro ai numeri reali di profitto. Questo mette in guardia sugli eccessi e sull’importanza di analizzare non solo le potenzialità tecnologiche ma anche i fondamentali di redditività a lungo termine.

Valutazioni di mercato: numeri che contano

Uno dei modi più chiari per confrontare le due epoche è guardare alle valutazioni di mercato e agli indicatori finanziari. Durante la bolla delle dot-com, il rapporto prezzo/utili (P/E) delle società tecnologiche arrivò a livelli estremamente elevati, con molte aziende non profittevoli e un valore di mercato basato quasi esclusivamente su aspettative future. I dati mostrano che molte delle aziende del Nasdaq avevano valuation cresciute oltre ogni misura pur senza ricavi consistenti. Nel caso dell’AI, alcune società come NVIDIA hanno raggiunto valorizzazioni impressionanti (anche oltre i 3 – 4 trilioni di dollari di capitalizzazione di mercato), ma molte di queste aziende sono già profittevoli e con flussi di cassa positivi. Secondo analisti di enti come Janus Henderson, l’attuale boom dell’AI è sostenuto da fondamentali economici più solidi, con aziende tecnologiche che generano utili, e non semplicemente da valutazioni speculative.

Tuttavia, ci sono segnali di possibile surriscaldamento finanziario, soprattutto nel settore privato dove startup basate sull’AI ottengono capitali enormi indipendentemente dai ricavi. Per esempio, alcuni rapporti hanno evidenziato che una vasta parte dei finanziamenti arriva da debito o da strutture di investimento complesse che potrebbero non reggere se i rendimenti tardano ad arrivare. 

Differenze strutturali tra la dot-com e l’era AI

Nonostante le similitudini, ci sono differenze significative che rendono il paragone con la bolla dot-com parziale e non esaustivo. Una delle principali differenze è che molte aziende AI oggi non sono solo “idee” o progetti, ma realtà consolidate con ricavi, clienti e prodotti già integrati in settori industriali esistenti. Questo conferisce un livello di solidità che il mercato delle dot-com spesso non aveva. Inoltre, la quota di mercato e l’adozione dell’AI in grandi imprese e settori tradizionali evidenziano un utilizzo più ampio e reale rispetto alle tante startup internet degli anni ’90 che scommettevano esclusivamente sulla crescita del traffico web senza un piano di monetizzazione concreto. 

I confronti tra le due epoche sono approfonditi anche dal punto di vista quantitativo. Studi recenti sottolineano che alcuni indicatori come i rapporti P/E medi dei principali indici tecnologici oggi sono inferiori a quelli raggiunti durante la bolla delle dot-com. Ciò significa che, pur essendoci entusiasmo, i mercati non sembrano essere nello stesso stato di irrazionale euforia che caratterizzò la fine del XX secolo. Un esempio tecnico rilevante riguarda la concentrazione di capitalizzazione: negli anni Novanta poche aziende guidavano l’intero indice Nasdaq, mentre oggi un numero ristretto di giganti tech (tra cui molte leader nell’AI) rappresenta una parte significativa degli indici di mercato. Questo aumenta la vulnerabilità dei mercati a correzioni se le performance di queste aziende dovessero rallentare.

Politica monetaria e condizioni macroeconomiche

Altro aspetto cruciale è l’ambiente macro e finanziario. Durante la bolla delle dot-com, la politica monetaria espansiva contribuì ad alimentare la speculazione, mentre oggi l’ambiente dei tassi d’interesse è cambiato, con banche centrali che hanno adottato politiche meno accomodanti, rendendo più costoso il finanziamento tramite debito. Questo potrebbe mitigare alcuni eccessi, ma allo stesso tempo può creare pressioni sulle aziende con elevati livelli di indebitamento collegati all’espansione delle tecnologie AI. Anche organismi internazionali come il Fondo Monetario Internazionale (IMF) e la Bank of England hanno recentemente messo in guardia sui rischi di una possibile correzione dei mercati azionari dovuta alle valutazioni elevate legate all’AI, osservando come certi indicatori di mercato si avvicinino a livelli simili a quelli pre-bolla dot-com.

Caso studio: le startup AI vs le dot-com

Un altro elemento di confronto interessante è l’evoluzione delle startup. Nel 1999 molte aziende legate alle dot-com non avevano modelli di ricavi concreti, mentre oggi molte piccole realtà basate sull’AI rappresentano innovazioni genuine ma spesso ancora non generano profitti significativi. Questo crea una situazione mista: da un lato c’è innovazione reale, ma dall’altro una quota significativa di capitali che scommettono sul futuro piuttosto che sui risultati attuali. Ad esempio, alcune startup di generative AI hanno raccolto decine o centinaia di milioni di dollari prima di dimostrare la capacità di generare ricavi consistenti, una dinamica simile alla bolla dot-com quando aziende venivano finanziate per anni senza un prodotto monetizzabile.

In definitiva, il confronto tra la bolla delle dot-com e l’attuale boom dell’AI mostra somiglianze ma anche differenze strutturali fondamentali. La possibile “bolla AI” non è semplicemente una replica del passato, quanto piuttosto un fenomeno nuovo con dinamiche complesse, dove coesistono innovatrici applicazioni reali, livelli di investimento senza precedenti e segnali di speculazione potenzialmente rischiosi.

Da una parte l’AI, e noi di yes-web lo sappiamo molto bene, offre tecnologie che stanno già trasformando settori come cloud computing, automazione, servizi digitali e molti altri. Dall’altra, l’entusiasmo degli investitori e le valutazioni elevate richiedono un’analisi attenta dei fondamentali e una gestione prudente del rischio. Parte dell’euforia attuale potrebbe rivelarsi giustificata dal valore reale creato dall’AI, ma resta la possibilità di correzioni di mercato improvvise se le aspettative risultassero eccessive o se la redditività non dovesse seguire il ritmo degli investimenti.

Cicada 3301: quando il web diventa un enigma

Il web è spesso raccontato come un luogo caotico, rumoroso, pieno di voci che si accavallano, di contenuti usa e getta, e di promesse che durano il tempo di uno scroll. Eppure, ogni tanto, la rete riesce a fare qualcosa di molto diverso, riuscendo a diventare silenziosa, selettiva, quasi aristocratica. E questo è successo grazie a uno dei misteri più affascinanti della storia digitale, quello che ancora oggi viene ricordato con il nome di Cicada 3301. Parliamo di un enigma apparso per la prima volta nel 2012, senza preavviso e senza spiegazioni, sotto forma di un’immagine pubblicata su alcuni forum frequentati da programmatori, hacker e curiosi del mondo tech. Un’immagine semplice, quasi anonima, accompagnata da poche parole che invitavano a cercare qualcosa di nascosto, nessuna firma evidente, nessuna promessa di ricompensa, nessuna call to action urlata. Solo un messaggio implicito rivolto a chi fosse in grado di capire.

Da lì è iniziato tutto.

Quello che rende Cicada 3301 così interessante non è soltanto la complessità degli enigmi, che spaziavano dalla crittografia classica alla steganografia, dai numeri primi alla letteratura, fino all’uso di coordinate geografiche reali sparse per il mondo. Il punto è che il web non veniva usato come un semplice contenitore, ma come un vero e proprio strumento narrativo. Ogni passaggio richiedeva competenze diverse, attenzione, pazienza, capacità di collegare informazioni lontane tra loro. Non era un gioco per tutti, e non voleva esserlo. Nel corso degli anni, tra il 2012 e il 2014, il puzzle si è evoluto, si è interrotto, è ripartito, ha lasciato dietro di sé tracce e silenzi. Alcuni sostengono che l’obiettivo fosse reclutare menti brillanti per progetti legati alla sicurezza informatica, altri parlano di un collettivo artistico, altri ancora di un esperimento sociale. La verità è che nessuna spiegazione ufficiale è mai arrivata. E forse è proprio questo il cuore del mito.

Cicada 3301 ha dimostrato una cosa fondamentale: il web, se usato con intelligenza, può diventare uno spazio di selezione naturale, non necessariamente nel senso elitario del termine, ma nel senso qualitativo. Infatti, il giusto contenuto, non attira chiunque, ma chi è disposto a fermarsi, a leggere, a ragionare. È l’esatto opposto del click facile, del titolo acchiappa-like, del contenuto urlato per emergere nel rumore, del trolling. Ed è qui che il mistero smette di essere solo un racconto affascinante e diventa una lezione attualissima.

Tecnica e inventiva 

Uno degli aspetti che rende l’enigma di Cicada 3301 così particolare non è soltanto il mistero che lo circonda, ma il livello di cura tecnica con cui è stato costruito. Fin dall’inizio, chi si è avvicinato al puzzle ha capito che non si trattava di semplici giochi logici, ma di un percorso pensato per testare competenze reali legate al funzionamento stesso del web e dei linguaggi digitali. Il primo indizio, un’immagine apparentemente anonima, conteneva informazioni nascoste al suo interno. Non messaggi visibili, ma dati celati usando la steganografia, una tecnica che permette di inserire testi o codici all’interno di file comuni come immagini o audio, senza alterarne l’aspetto esterno. Solo chi sapeva che cosa cercare e con quali strumenti poteva scoprire che dietro quell’immagine c’era molto di più.

Una volta estratti questi messaggi nascosti, i partecipanti si trovavano davanti a testi cifrati che richiedevano l’uso di metodi crittografici classici. Ogni passaggio era pensato per costringere chi partecipava a fermarsi, studiare, capire quale linguaggio fosse stato utilizzato e perché. Non bastava conoscere una tecnica, bisognava comprenderne il contesto. In alcune fasi, l’enigma usciva persino dallo spazio digitale. Venivano fornite coordinate geografiche che portavano a luoghi reali in diverse città del mondo, dove comparivano manifesti con ulteriori indizi. Il web diventava così un ponte tra digitale e fisico, dimostrando quanto le due dimensioni siano ormai intrecciate.

Un elemento chiave era anche la sicurezza delle comunicazioni. Ogni messaggio autentico di Cicada 3301 era firmato digitalmente tramite chiavi crittografiche, un sistema usato ancora oggi per garantire l’autenticità delle informazioni online. In un ambiente dove chiunque può fingersi qualcun altro, questo dettaglio rafforzava la fiducia e distingueva il messaggio originale dalle imitazioni. In definitiva, più che un gioco, Cicada 3301 è stato un esercizio avanzato di cultura digitale, un esempio concreto di come il web possa essere usato in modo consapevole, profondo e strutturato, parlando solo a chi è davvero disposto ad ascoltare e comprendere.

Cosa ci insegna Cicada 3301

Oggi viviamo in un’epoca in cui il web è saturo. Ogni giorno nascono siti, profili social, contenuti, video, offerte. In mezzo a tutto questo, distinguersi non significa fare di più, ma fare meglio. Significa conoscere il mezzo, capirne i tempi, i linguaggi, i limiti, significa evitare il “fuffafuro”, le scorciatoie, le promesse miracolose che spesso portano solo a truffe, penalizzazioni o a una totale perdita di credibilità.

Cicada 3301 non ha mai chiesto attenzione, l’ha meritata. Ed è una differenza enorme. Scrivere per il web in modo intelligente oggi significa proprio questo, non rincorrere l’algoritmo come se fosse un dio capriccioso, ma costruire contenuti che abbiano una struttura solida, un messaggio chiaro e un’identità riconoscibile, significa sapere quando semplificare e quando, invece, lasciare spazio alla complessità, fidandosi dell’intelligenza di chi legge. 

Un pubblico intelligente lo percepisce subito, anche se non è tecnico, anche se non conosce tutti i dettagli. Allo stesso modo, usare il web in maniera consapevole vuol dire saper distinguere ciò che ha valore da ciò che è solo rumore. Vuol dire riconoscere una truffa prima ancora che diventi un problema, capire quando un contenuto è costruito per informare e quando solo per manipolare. Non è una questione di difesa, ma di cultura digitale. È esattamente in questo spazio che entra in gioco il lavoro di un’agenzia come yes-web. Non come semplice esecutore tecnico, ma come interprete del mezzo, perché realizzare un sito, gestire una presenza social o costruire una strategia di contenuti non è un atto meccanico, ma è sempre una scelta narrativa, culturale, strategica.

Il web può essere un labirinto inutile oppure una mappa ben disegnata, dipende da come lo si costruisce, dipende da chi guida il progetto. Un sito fatto bene non deve solo “esserci”, deve parlare il linguaggio giusto, al pubblico giusto, nel momento giusto, e allo stesso modo i contenuti non devono riempire spazi, ma creare connessioni. La visibilità non nasce dal caso, ma da una visione chiara e coerente nel tempo. Cicada 3301 ha usato il web come pochi hanno saputo fare, trasformandolo in un’esperienza, in una selezione naturale, in un racconto che ancora oggi incuriosisce e affascina. Ovviamente non tutti devono creare enigmi crittografici per comunicare online, ma tutti possono imparare da quell’approccio e avere rispetto per l’intelligenza di chi legge, la profondità di pensiero, la coerenza tra forma e contenuto.

In un mondo digitale che corre veloce, fermarsi a progettare bene è un atto quasi rivoluzionario. Ed è spesso la scelta che fa la differenza tra chi resta invisibile e chi, senza urlare, riesce a farsi ascoltare.

Dal caos delle regole alla strategia vincente: cos’è cambiato online nel 2025

Il 2025 è stato un anno di passaggio per il mondo digitale, non uno di quelli segnati da un’unica innovazione clamorosa o da una nuova piattaforma in grado di stravolgere tutto, ma un anno più silenzioso e profondo, in cui qualcosa è cambiato nel modo in cui comunichiamo online. Un cambiamento meno visibile, ma comunque  decisivo, che porta al passaggio dal disordine alla strategia.

Per molto tempo il web ha vissuto in una dimensione quasi anarchica, le regole esistevano, ma erano frammentarie, poco chiare, spesso ignorate, mentre la comunicazione correva veloce, spinta dall’urgenza di pubblicare, di essere presenti, di cavalcare il trend del momento. 

In questo contesto, l’improvvisazione veniva spesso premiata più della progettazione, la visibilità più della competenza, il rumore più del valore. Col tempo, però, questo modello ha iniziato a mostrare le sue crepe. Il pubblico ha cominciato a fidarsi meno, i brand a esporsi di più a rischi reputazionali, le piattaforme a diventare spazi sempre più affollati e difficili da distinguere. Il digitale, da opportunità libera e creativa, si è trasformato in un ecosistema complesso che aveva bisogno di ordine. Ed è proprio qui che il 2025 segna una svolta.

Quando il digitale smette di essere un Far West

Nel corso dell’anno, in Italia e in Europa, si è rafforzata l’idea che chi comunica online con grande visibilità non possa più farlo senza responsabilità. Intendiamoci, non si tratta di censura, né di limitare la creatività, ma di riconoscere un dato di fatto, cioè che oggi i creator, gli influencer, o i brand digitali hanno un impatto reale sulle scelte delle persone, sull’economia e sulla cultura.

In questo contesto, come abbiamo visto, si inserisce anche l’intervento di AGCOM, che ha introdotto strumenti e linee guida per regolamentare gli influencer con maggiore rilevanza. Un segnale chiaro: il mondo dei contenuti digitali non è più una zona grigia, ma un vero spazio di comunicazione pubblica.

Questo passaggio ha fatto discutere. C’è chi lo ha vissuto come una limitazione e chi, invece, come un passo necessario verso la maturità del settore. Ma al di là delle posizioni, una cosa è evidente: il digitale non è più solo spontaneità, è anche responsabilità.

Dal caos alla strategia: cosa significa davvero

Quando le regole diventano più chiare, succede qualcosa di interessante: l’attenzione si sposta dalla quantità alla qualità, dalla velocità alla direzione. In altre parole, torna centrale la strategia. Nel caos vince chi pubblica di più, chi urla più forte, chi riesce a intercettare l’attenzione anche solo per pochi secondi. In un contesto più maturo, invece, vince chi sa costruire un messaggio coerente, riconoscibile, credibile nel tempo. Il 2025 ci ha insegnato che non basta più “esserci” online, ma che serve sapere perché si comunica, a chi ci si rivolge e con quale obiettivo. Questo vale sicuramente per i creator, ma ancora di più per le aziende. Il marketing digitale non è più una sequenza di post o campagne isolate, ma un sistema che deve reggere nel lungo periodo. E per reggere, ha bisogno di metodo.

Le regole come leva, non come freno

Uno degli errori più frequenti è considerare la regolamentazione come un ostacolo. In realtà, per chi lavora in modo serio, le regole possono diventare una leva strategica. Infatti la trasparenza rafforza la fiducia, la chiarezza distingue i professionisti dagli improvvisati, e la responsabilità valorizza chi costruisce relazioni autentiche con il proprio pubblico. In questo senso, il 2025 ha iniziato a premiare chi non comunica solo per vendere, ma per creare un legame duraturo. Non è un caso se sempre più brand cercano collaborazioni basate sulla coerenza e non solo sui numeri, e se le agenzie più strutturate lavorano su progetti di medio-lungo periodo anziché su singole attivazioni. In questo scenario, realtà come Yes-Web giocano un ruolo chiave: aiutare aziende e professionisti a trasformare la complessità normativa e comunicativa in una strategia solida.

Il nuovo ruolo di creator e influencer

Anche per i creator il 2025 è stato un anno di consapevolezza. Chi crea contenuti oggi non è più soltanto una voce sui social, ma una vera e propria entità editoriale, e questo significa assumersi delle responsabilità, scegliere con attenzione i temi, curare il linguaggio e il contesto in cui si comunica. Il creator del futuro non è solo chi intrattiene, ma chi sa raccontare, spiegare, contestualizzare. In quest’ottica la competenza, anche quando non è accademica, diventa un valore distintivo. La fiducia si costruisce nel tempo, non con un singolo contenuto virale, e tutto questo non impoverisce la creatività, ma al contrario, la rende più consapevole e più forte.

Un pubblico più maturo e meno ingenuo

Un altro grande cambiamento del 2025 riguarda chi sta dall’altra parte dello schermo. Gli utenti, anche se a volte non sembra, sono diventati più attenti, più informati, meno disposti ad accettare messaggi ambigui. Vogliono sapere chi parla, perché lo fa e con quali interessi. Questo ha reso il marketing, quello serio, più complesso, ma anche più onesto. E un marketing più onesto, nel tempo, è anche più efficace, perché non punta sull’inganno o sull’urgenza, ma sulla relazione.

Guardando al futuro, il 2025 appare come l’anno in cui il digitale ha rallentato per interrogarsi su sé stesso. Il 2026 potrebbe essere l’anno in cui questa riflessione si traduce in azione concreta, con contenuti meno rumorosi, ma più rilevanti, meno improvvisazione e più visione, meno corsa al like e più costruzione di valore.

Non è la fine della creatività digitale, ma al contrario l’inizio di una fase più adulta.

Il vero insegnamento del 2025 è semplice, ma potente: il digitale funziona meglio quando è guidato da una strategia, non dal caos, e le regole non sono il nemico dell’innovazione, ma il terreno su cui può crescere in modo sano.

Chi saprà leggere questo cambiamento come un’evoluzione, e non come una limitazione, avrà un vantaggio reale nei prossimi anni. Perché oggi comunicare online non significa solo esserci, ma sapere cosa dire, come dirlo e perché farlo.

Nuove regole per gli influencer: cosa cambia con AGCOM

Negli ultimi mesi del 2025, l’Italia ha fatto un passo importante nella regolamentazione del mondo degli influencer. Con la delibera 197/25/CONS, l’AGCOM ha ufficialmente varato nuove Linee guida e un Codice di Condotta per gli influencer, riconoscendoli in certi casi come veri e propri “operatori della comunicazione”, cioè analoghi a chi fornisce contenuti audiovisivi tradizionali (TV, radio, media). 

Secondo la normativa, che ci ricorda quella cinese, anche se non possono essere paragonate, non tutti i content creator sono soggetti al nuovo regime. I soggetti che devono iscriversi all’albo pubblico gestito da AGCOM, e dunque rispettare tutte le disposizioni previste, sono quelli definiti “influencer rilevanti”, e i criteri sono: almeno 500.000 follower su una piattaforma (calcolati al trentesimo giorno prima dell’invio della domanda) oppure una media di 1 milione di visualizzazioni mensili (nei sei mesi precedenti) su almeno una piattaforma. 

Chi supera almeno una delle due soglie viene equiparato, per molti aspetti, a un fornitore di servizi media audiovisivi. È comunque prevista la possibilità di iscrizione su base volontaria per chi non raggiunge quelle soglie, ma desidera comunque adeguarsi al codice. 

Cosa cambia in concreto

Per gli influencer “rilevanti” entrano in vigore diversi obblighi:

  • Maggiore trasparenza nelle comunicazioni commerciali: sponsorizzazioni, partnership, adv devono essere dichiarate chiaramente (hashtag come #pubblicità, #adv, #sponsorizzato, indicazione “contenuto sponsorizzato”, ecc.). 
  • Regole sulla protezione dei minori, sulla tutela dei diritti fondamentali, contro contenuti discriminatori, d’odio o inappropriati. 
  • Rispetto delle norme relative alla pubblicità/promotion: niente “teleshopping” spacciato per parere spontaneo, niente pubblicità occulta.
  • Identificabilità: l’influencer dovrà essere “chiaramente individuabile” come tale, con un’etichetta che attesti l’iscrizione all’elenco pubblico gestito da AGCOM. 

Se non si rispetta il codice sono previste sanzioni severe. Le multe, infatti, vanno da 10.000 a 250.000 euro per pubblicità non dichiarata, e fino a 600.000 euro per violazioni gravi, in particolare quelle legate a minori. 

In pratica chi ha grandi numeri e influenza deve dichiararsi, seguire regole di condotta, garantire trasparenza e responsabilità molto simili a quanto avviene per media tradizionali.

Perché AGCOM ha fatto questa scelta

Il mondo degli influencer è cresciuto, negli anni, da fenomeno “alternativo” a un pilastro della comunicazione digitale e del marketing. Molti influencer non sono più semplici creatori di contenuti per hobby, ma imprenditori digitali, vere e proprie media company personali che selezionano temi, producono contenuti, raggiungono milioni di persone, influenzano scelte di consumo, opinioni, comportamenti. 

Con questo peso, economico e sociale, diventa ragionevole che ci siano regole chiare, per garantire trasparenza, correttezza, tutela dei consumatori, protezione dei soggetti più vulnerabili (minori) e responsabilità di chi comunica. Questo è l’obiettivo dichiarato del nuovo regolamento. Inoltre la normativa cerca di mettere ordine in un mercato che fino a oggi era molto fluido, con troppe zone grigie (contenuto pubblicitario mascherato da opinione, promozioni non trasparenti, influencer non registrati, poca tutela per chi consuma).

Possibili effetti, opportunità e criticità: cosa cambia davvero

Con questa rivoluzione normativa, il panorama per influencer, brand, agenzie e pubblico può cambiare in vari modi. Vediamo insieme una serie di ipotesi e riflessioni su cosa potrebbe succedere nei prossimi mesi.

Aspetti positivi

Maggiore trasparenza e fiducia: il pubblico saprà quando un contenuto è sponsorizzato, quando una collaborazione è commerciale: questo riduce la “nebulosità” pubblicitaria, evita inganni e ingannevoli illusioni di spontaneità. Per gli influencer “seri”, rispettosi delle norme, aumenterà la credibilità. Diventare un “influencer registrato AGCOM” potrà essere un vantaggio competitivo, un segnale di professionalità e correttezza verso brand e follower.

Maggiore professionalizzazione del settore: il riconoscimento normativo conferisce dignità di “professione” all’influencer: non più solo hobby o passatempo, ma attività economica regolata, con obblighi e responsabilità. Aziende e agenzie avranno un contesto più chiaro in cui operare, sapranno con chi collaborano, che regole devono rispettare, potranno scegliere partner trasparenti e affidabili.

Protezione del pubblico e dei soggetti vulnerabili: con regole su pubblicità, tutela dei minori, diritti fondamentali, si può ridurre il rischio di manipolazioni, contenuti ingannevoli, promozioni non trasparenti. 

Maggiore accountability: se qualcuno viola le regole, rischia sanzioni, il che scoraggia pratiche scorrette.

Le criticità e i rischi

Complessità e burocrazia, ostacolo per i creator: per molti creator, specialmente quelli “in crescita”, dover aderire a un albo, seguire un codice di condotta, dichiarare ogni sponsorizzazione può essere oneroso e scoraggiante, e rischia di appesantire la creatività spontanea. La soglia di 500.000 follower / 1 milione di visualizzazioni penalizza quelli che, pur lavorando seriamente, non hanno numeri “top” e potrebbero sentirsi esclusi o invisibili.

Regole rigide, più controllo e rischio “appiattimento” dei contenuti: il rischio è che molti influencer, per paura di sanzioni, evitino certi temi, sperimentazioni o si autoregolino con prudenza eccessiva. Questo potrebbe impoverire la varietà dei contenuti e l’eccessiva regolamentazione potrebbe trasformare “creator indipendenti” in “mini-media”, più simili a editori professionali, con tutti i costi e le complicazioni che ne derivano.

Chi ha follower o visualizzazioni sotto soglia resta fuori dal sistema obbligatorio, ma potrebbe comunque operare con meno trasparenza, configurando il rischio di un “mercato a due velocità”, con influencer regolamentati e influencer “fuori controllo”. Se la normativa resta legata a soglie quantitative e non a controlli qualitativi, il rischio è che non cambi molto: chi vuole eludere (o è consapevole del marketing) potrà rimanere sotto soglia e sfuggire al controllo.

Le regole sono nuove, spesso complesse, e sarà necessario del tempo per capire come si applicano praticamente. Alcune parti (come tutela minori, diritti fondamentali, “discriminazioni”) sono inoltre soggette a interpretazione. 

Cosa significa tutto questo per te (lettore, brand, creatore)

Se stai lavorando nel mondo del digital marketing, come influencer, agenzia, brand o semplicemente come follower curioso, queste novità meritano attenzione. 

Per gli influencer, infatti, è il momento di fare i conti sia con le opportunità (maggiore credibilità, professionalizzazione) sia con gli obblighi. Se hai numeri importanti, valuta di iscriverti, di strutturarti in modo corretto, di essere trasparente. Potresti essere valorizzato come “influencer professionale”.

Per i brand e le agenzie avere un elenco pubblico e regole chiare è un grande vantaggio: potrai collaborare con creator “certificati” e più affidabili, riducendo il rischio reputazionale, mentre per il pubblico/follower ci sarà maggiore trasparenza, e ciò significa sapere quando un contenuto è sponsorizzato, quando è pubblicità o meno .

Per chi produce contenuti “divulgativi” o “tecnici” l’equivalenza tra influencer e media tradizionali può significare maggiore responsabilità: i temi delicati (salute, finanza, temi sociali) dovranno essere affrontati con rigore, chiarezza, rispetto delle regole. L’introduzione del registro degli influencer in Italia e del nuovo Codice di Condotta da parte di AGCOM rappresenta una svolta nel modo in cui viene considerato il mondo dei creatori digitali. Finalmente si riconosce con chiarezza che alcuni influencer non sono più amatoriali o occasionali, ma operatori della comunicazione con un peso reale, e come tali meritano regole, trasparenza e responsabilità. Questo può portare a una maturazione del settore, più professionalità, maggiore fiducia da parte di brand e utenti e una comunicazione più trasparente e salutare. Ma è anche vero che, come ogni cambiamento, porta con sé sfide e rischi: burocrazia, rigidità, possibili disparità tra creator grandi e piccoli, e una possibile perdita di spontaneità e creatività nel contenuto.

Per chi, come te, o come noi di yes-web,  lavora nel digital marketing, nella comunicazione, tra brand e creator, è un momento da osservare con attenzione, perché potrebbe segnare un cambio epocale nel settore.